Le Monde: «I 50 anni di Wish You Were Here»

In occasione dei 50 anni del disco, il prestigioso quotidiano francese Le Monde ha realizzato uno speciale articolo dedicato all’album “Wish You Were Here” dei Pink Floyd.

Suddiviso in cinque intere pagine pubblicate tra il 12 e il 17 agosto 2025 nell’edizione cartacea del quotidiano, lo speciale è firmato dal giornalista francese Bruno Lesprit ed è stato ospitato all’interno della rubrica culturale “Lété en Séries”.

Nei cinque articoli sono state inserite alcune foto interessanti, come quella dei Sex Pistols che mostra John Lydon con la famosa maglietta “I Hate Pink Floyd”.

Solo per gli abbonati, sono disponibili sull’edizione online del quotidiano i cinque articoli nella versione originale in francese:
Le Monde, 12 agosto 2025 (parte 1)
Le Monde, 13 agosto 2025 (parte 2)
Le Monde, 14 agosto 2025 (parte 3)
Le Monde, 16 agosto 2025 (parte 4)
Le Monde, 17-18 agosto 2025 parte 5)

Di seguito la traduzione integrale dei cinque articoli:

Le Monde, 12 agosto 2025
L’omaggio dei Pink Floyd al loro «diamante pazzo» Syd Barrett
«I 50 anni di Wish You Were Here» — parte 1 di 5

Nel 1975, l’uscita di questo album del gruppo britannico rappresenta una svolta nella storia del rock, e una tappa decisiva per i suoi membri, ancora segnati dall’allontanamento del loro leader storico.

A metà degli anni Settanta, la morte di quei bluesman afroamericani nei due Stati della Carolina passò inosservata. Il primo, Pinkney «Pink» Anderson, depose la sua chitarra il 12 ottobre 1974. Fu seguito, il 9 maggio 1976, da Floyd Council, anch’egli vittima di un attacco cardiaco. Questi rappresentanti del Piedmont blues — dal nome di una microregione della catena degli Appalachi — probabilmente non si erano mai incontrati, ma i loro nomi sono tuttavia legati in modo indissolubile.

Pink Floyd. Così si era battezzato, una decina di anni prima, un gruppo di quattro giovani britannici appassionati di blues e rhythm’n’blues. All’epoca, nel 1965, studiavano architettura o arti visive a Londra. Due di loro, il cantante e chitarrista Roger (soprannominato «Syd») Barrett e il bassista Roger Waters, avevano stretto amicizia ai tempi della scuola a Cambridge.

Dieci anni dopo, la popolarità dei Pink Floyd eguaglia quella dei Beatles — ormai sciolti — e dei Rolling Stones. Al punto che la pubblicazione del nono album del gruppo, il 12 settembre 1975, diventa l’evento discografico dell’anno. Il titolo è Wish You Were Here e dire che i fan si fecero sentire all’avvicinarsi dell’uscita è dire poco.

Nel Regno Unito, la casa discografica EMI, che lo commercializza tramite la sua etichetta Harvest Records, dovette persino informare i negozi che solo la metà dei preordini avrebbe potuto essere soddisfatta. Superando i 15 milioni di copie, Wish You Were Here concluderà l’anno in cima alle vendite mondiali, davanti a tre futuri classici dell’hard rock — Physical Graffiti dei Led Zeppelin, Toys in the Attic degli Aerosmith, e Alive! dei Kiss.

Il dominio dei Pink Floyd era stato affermato due anni prima, con il trionfo dell’album precedente, The Dark Side of the Moon. Nel 1973, nessun terrestre sfuggiva alla celeberrima copertina: un prisma nero triangolare che rifrange una luce bianca in sei colori. Né al disgusto per il capitalismo espresso dal brano Money, che inizia con un dialogo tra una cassa registratrice e un basso. Il testo è firmato dal paroliere Roger Waters, fedele agli ideali socialisti di un padre morto durante la campagna d’Italia, nel 1944.

Dopo un successo simile, i Pink Floyd — che hanno fatto del tema dell’alienazione la matrice del loro universo — si trovano in una posizione alquanto paradossale: The Dark Side of the Moon è diventato l’album più venduto della storia della musica registrata, un primato che conserverà fino all’uscita, nel 1980, di Back in Black degli AC/DC. La pressione su Wish You Were Here è massima, e Roger Waters vive male questa situazione.

«A proposito, chi è Pink?»
Roger Waters risponde a questa domanda con le sue armi abituali: aggressività e provocazione. Come singolo del nuovo album viene scelto il brano più breve e più rock, Have a Cigar. Cantato da un ospite, Roy Harper — collega della stessa etichetta, Harvest Records, e poco incline ai compromessi commerciali —, questo pezzo si inserisce nel solco di Money. È un attacco ironico contro l’industria discografica, che raccoglie una serie di frasi tipiche pronunciate dai dirigenti del settore agli artisti: «Devi pubblicare un altro album / Lo devi al pubblico», «Hai visto le classifiche? Un inizio col botto»… Il senso dell’operazione è svelato nel ritornello: «Riding the gravy train».

In questo sfogo di cinismo, Waters fa anche riferimento agli inizi del gruppo:
«Il gruppo è fantastico / Lo penso davvero / A proposito, chi è Pink?»

La domanda, assurda, era stata effettivamente posta un tempo ai membri della band nei locali della loro casa discografica, da professionisti convinti che Pink Floyd fosse una singola persona. Eppure, non è una domanda poi così stupida.

Perché nel 1975, colui che era stato il leader dei Pink Floyd, Syd Barrett, se n’era già andato — in tutti i sensi — da sette anni. Le sue assenze fisiche e mentali — aggravate da un uso massiccio di LSD — avevano portato all’ingresso di un sostituto, il chitarrista e cantante David Gilmour. Poi Barrett era stato definitivamente allontanato, e i suoi tentativi da solista erano naufragati completamente. Si era quindi ritirato dalla vita pubblica fino alla sua morte, nel 2006, all’età di 60 anni.

«Teoricamente, Syd è stato licenziato», confidava nel 2001 a Le Monde Peter Jenner, che fu il primo manager del gruppo insieme al suo socio Andrew King. «Ma se non lo avessimo fatto, i Pink Floyd non avrebbero potuto continuare. Eppure abbiamo cercato di tenerlo. I Pink Floyd, per un periodo, sono stati in cinque: dato che era diventato imprevedibile sul palco, Syd avrebbe dovuto essere affiancato da David Gilmour. Abbiamo anche immaginato che potesse restare a casa a scrivere canzoni mentre il gruppo era in tournée, come fecero i Beach Boys con Brian Wilson. La decisione finale non è stata facile da prendere. Lavorare con lui stava diventando sempre più difficile, man mano che scivolava nell’autodistruzione.»

I suoi compagni di band hanno sensi di colpa? In ogni caso, non hanno dimenticato che è grazie a Syd Barrett se il gruppo si è fatto conoscere, nel 1967, già con il primo album, The Piper at the Gates of Dawn («Il pifferaio alle porte dell’alba»), di cui scrisse e cantò la quasi totalità dei brani. A lui devono anche il nome Pink Floyd. Barrett aveva trovato i nomi di Pink Anderson e Floyd Council — i bluesman americani — nel testo introduttivo di un’antologia pubblicata nel 1962 e dedicata a Blind Boy Fuller, un altro musicista, più noto, del Piedmont blues. È quindi poco probabile che avesse mai sentito davvero le voci di Anderson e Council.

Prima di fondare i Pink Floyd con Roger Waters, il pianista e organista Richard Wright e il batterista Nick Mason, Barrett aveva chiamato i suoi due gatti Pink e Floyd. Il biografo del gruppo, Mark Blake, precisa nel suo libro Pigs Might Fly che una volta Syd diede anche un’altra spiegazione etimologica: il nome Pink Floyd gli sarebbe stato «trasmesso da un disco volante mentre meditava su linee convergenti di energia psichica…». Una versione che si adatta perfettamente alla musica cosmica del gruppo.

Isolato nella cantina di sua madre
Il ricordo di «Barrett il lunatico» aleggia nella canzone Brain Damage, scritta da Roger Waters per The Dark Side of the Moon. In Wish You Were Here, è ancora più presente, in un’elegia sinfonica che gli sarebbe esplicitamente dedicata. Interpretata per la prima volta il 18 giugno 1974 al Parc des Expositions di Tolosa, l’opera nasce da un arpeggio di quattro note ossessive — si bemolle, fa, sol grave, mi — che David Gilmour ha fatto scaturire dal manico della sua Black Strat (una chitarra elettrica Fender Stratocaster nera), in una sala prove londinese. Il motivo ha incuriosito Roger Waters e gli ha ispirato un testo indirizzato a un «diamante pazzo», al tempo stesso «pittore, flautista, prigioniero», «preso nel fuoco incrociato dell’infanzia e della celebrità». I fan riconobbero subito Syd Barrett.

«Il tema della schizofrenia attraversa gli album dei Pink Floyd, da The Dark Side of the Moon a Wish You Were Here, Animals e The Wall. Ma solo la canzone Shine On You Crazy Diamond è stata scritta volutamente in omaggio a Syd», preciserà Roger Waters, intervistato da Le Monde nel 2006. Composta da nove parti, per una durata totale superiore ai ventisei minuti, sarà divisa in due per aprire e chiudere Wish You Were Here, imponendo il tema della scomparsa («nessuno sa dove sei»). Nel documentario di John Edginton The Story of Wish You Were Here (2012), Waters aggiunge che questo «blues in sol minore» esprime allo stesso tempo la sua «ammirazione per il talento» di Barrett e il suo «dolore per la perdita di un amico».

Più «universale», il resto del disco evoca la sensazione di «non essere davvero lì», che era anche la condizione dei Pink Floyd, persi sul lato oscuro della Luna…

Il 5 giugno 1975, mentre si finalizza il missaggio di Shine On You Crazy Diamond, uno strano visitatore si aggira negli studi londinesi della EMI, che presto verranno ribattezzati «Abbey Road», in omaggio all’album dei Beatles che li ha resi celebri nel mondo. Indossa un impermeabile, si è rasato la testa, ma anche le sopracciglia. Nello studio 3, tutti si chiedono chi sia quell’individuo corpulento, finché David Gilmour non riconosce l’amico che aveva tentato di aiutare cinque anni prima producendo, nello stesso luogo, il suo secondo e ultimo album solista: Syd Barrett.

La visione della sua metamorfosi provoca le lacrime. L’intruso avrebbe proposto di dare una mano, cercato invano la sua chitarra, e poi si sarebbe distratto spazzolandosi i denti in modo meccanico. L’estate precedente, Barrett aveva trascorso tre giorni ad Abbey Road tentando di registrare. Inutilmente. «Lavorare con lui era come cercare di salvare un uomo che sta annegando», concluse Peter Jenner, divenuto il suo manager.

Ad eccezione di Roger Waters — che lo intravide per caso mentre comprava caramelle in un grande magazzino — quella fu l’ultima volta che i membri dei Pink Floyd videro il loro «diamante pazzo». Syd Barrett tornò presto a Cambridge e si isolò nella cantina di sua madre. Nessun membro del suo ex gruppo partecipò al suo funerale. Alla sua morte, si scoprì che questo pioniere del rock psichedelico britannico si era dedicato alla stesura di una «Storia dell’arte» — rimasta incompiuta — e ascoltava solo jazz, in particolare quello di John Coltrane, le cui improvvisazioni lo avevano spinto a liberarsi dalle convenzioni del rock.

Nel suo appartamento non fu trovato alcun esemplare di Wish You Were Here, l’album di cui egli è il fantasma, e che rappresenta, secondo il biografo Mark Blake, «la quintessenza di ciò che era allora la musica dei Pink Floyd, nella sua intera, disgregata magnificenza: un ghiacciaio nero nel cui cuore la vita si era cristallizzata». Cinquant’anni dopo, la sua bellezza malinconica, che orchestra l’assenza dal mondo, resta immacolata.

Le Monde, 13 agosto 2025
Il lato nascosto del successo dei Pink Floyd
«I 50 anni di “Wish You Were Here”» — parte 2 di 5

Dopo la fortuna generata da “The Dark Side of the Moon”, i membri della band decidono di far prosperare il loro “marchio”, redditizio e potente. Non senza tensioni.

Tra quei due, futuri peggiori nemici, la tensione comincia a salire – anche se ancora in modo contenuto – nello studio 3 della casa discografica EMI. I Pink Floyd si installano lì – al numero 3 di Abbey Road, a Londra – a partire da gennaio 1975, per registrare il loro nono album, Wish You Were Here.

A quel tempo, il paroliere e bassista Roger Waters e il chitarrista David Gilmour, entrambi anche cantanti, si parlano ancora e riescono persino a collaborare. Di fatto, quest’album apparirà come l’ultima opera veramente collettiva nella discografia del gruppo britannico. Il batterista Nick Mason, pacificatore della band, ha però la testa altrove, preoccupato per il fallimento del proprio matrimonio. Il suo stile, già percepito come un po’ lento nei tempi, ne risente; i suoi compagni non si fanno scrupoli nel criticarlo per un modo di suonare giudicato “troppo ornamentale”. Più tardi scoprirà che era già finito su uno sgabello eiettabile.

Una catastrofe di ben altra portata si è abbattuta sui Pink Floyd: il successo. Il gruppo, fino ad allora venerato gelosamente dagli appassionati di odissee psichedeliche – in particolare tedeschi e francesi – è diventato la più grande macchina da soldi del rock business con il trionfo di The Dark Side of the Moon, nel 1973. Trasmesso ininterrottamente dalle radio, il brano Money conteneva una profezia autoavverante: «Auto nuova, caviale, hotel da sogno a quattro stelle / Penso che mi comprerò una squadra di calcio». Durante i concerti, la canzone viene accompagnata da immagini di jet privati e mazzette di banconote.

Cosa fare con tutti questi soldi? Il riferimento all’automobile riguarda in particolare Nick Mason, appassionato di bolidi. Per tutti, l’acquisto di proprietà – il tastierista Richard Wright si compra il maniero dei suoi sogni vicino a Cambridge – si accompagna a residenze secondarie al sole, in Grecia o nel sud della Francia. Il tutto… fa venire sete. Durante il tour francese del giugno 1974, i fan scoprono che i loro quattro eroi hanno firmato un contratto con la marca di bibite Gini. In alcune pubblicità si vedono vagare in un deserto lunare sotto lo slogan: «Un gusto e una musica strani venuti da un altro mondo». Un disastro a livello d’immagine, in un’epoca in cui il mondo del rock, ancora sensibile agli ideali di sinistra, condanna il mercantilismo.

La spiegazione fornita – il denaro avrebbe permesso biglietti a prezzi popolari – non ha convinto nessuno. La responsabilità di questo compromesso è stata ovviamente attribuita al manager: Steve O’Rourke, in carica da sei anni, era pagato per questo. In realtà, l’“operazione Gini” era solo l’inizio: per evitare la tassazione sui super-ricchi voluta dal governo laburista allora al potere a Londra, i Pink Floyd – su iniziativa di Roger Waters – si affidano a una società di consulenza finanziaria, la Norton Warburg Management, ben felice di mettere mano ai conti dei musicisti.

«La paura del dopo»
Secondo David Gilmour, già nel 1975 l’esistenza stessa del gruppo era direttamente minacciata: «Eravamo artisti o uomini d’affari?», si chiede nel documentario The Story of Wish You Were Here (2012), di John Edginton. «Avevamo guadagnato abbastanza soldi da realizzare i sogni più folli della nostra adolescenza. Così ci chiedevamo se avessimo ancora delle ragioni per continuare.»

Roger Waters ne trova almeno una, molto concreta: «Avremmo potuto scioglierci, ma non lo abbiamo fatto perché avevamo paura del dopo-Pink Floyd. Paura di perdere la protezione che ci offriva questo marchio così redditizio e potente.»

Per continuare a far prosperare quel “marchio”, è necessario superare le differenze caratteriali tra i due partner. Bello come un adone hippy, con i suoi lunghi capelli, il petto e i piedi nudi, David Gilmour – ormai vicino ai trent’anni – passa per il più cool dei musicisti. Non è certo il primo aggettivo che verrebbe in mente per descrivere il suo collega più anziano, dai modi bruschi e sarcastici. Ma Waters è anche l’unico vero stacanovista del gruppo. Sotto il suo cappello in tweed, fuma freneticamente e si agita nello studio 3, recentemente dotato di una console a 24 piste. È la prima volta che i Pink Floyd ne utilizzano una così avanzata, e nessuno sa bene come usarla – nemmeno l’ingegnere del suono, Brian Humphries.

Prima che la salute mentale di Syd Barrett (leader storico, allontanato qualche anno prima) si deteriorasse bruscamente, i rapporti di potere erano semplici: era lui il cantante e autore, quindi il leader dei Pink Floyd. La sua uscita nel 1968, secondo il primo manager del gruppo Peter Jenner, «era come immaginare i Beatles senza Lennon e McCartney». Succedere a Syd Barrett non è facile per David Gilmour: i due sono amici sin dall’infanzia a Cambridge. Eppure, Gilmour impone uno stile immediatamente riconoscibile. L’attacco, il vibrato, la padronanza del bend (la tecnica che altera l’intonazione delle note tirando le corde) lo collocano tra i più grandi chitarristi britannici, alla pari con modelli come Eric Clapton e Jeff Beck.

Il suo orecchio è infallibile: durante le sessioni di registrazione di Wish You Were Here, fa ascoltare ai dirigenti della EMI i demo, prodotti di tasca sua, di una giovane prodigio scoperta quando aveva solo 15 anni: Kate Bush. Per Shine On You Crazy Diamond, la suite monumentale dell’album, Gilmour viene sistemato in isolamento, con i suoi amplificatori, nel gigantesco studio 1 della EMI, solitamente riservato agli ensemble classici. Un trattamento da “suono da auditorium” ben meritato.

Quando nel 1970 uscì Atom Heart Mother, Gilmour si sentiva abbastanza sicuro da affermare che Roger Waters non avesse più peso degli altri nel decidere la direzione del gruppo. Due anni dopo, però, questa affermazione sembra smentita nel film Pink Floyd – Live at Pompeii (1972), diretto da Adrian Maben. In una scena girata nella mensa degli studi EMI, si sente una voce non identificata rivolgersi a Waters: «Sappiamo tutti che tu sei Dio, Roger.»

Il bassista si è progressivamente impadronito del controllo della parola, anche se è preferibile che i suoi testi vengano cantati da Gilmour, la cui voce è più dolce, più melodiosa e, soprattutto, più intonata. A partire da The Dark Side of the Moon, Waters diventa l’unico autore dei testi per i Pink Floyd, un ambito dove non tollera rivali. Ambisce a essere un autore della statura di Bob Dylan o John Lennon (1940–1980), abile nel maneggiare concetti e metafore. Ama anche il conflitto, mentre Gilmour tende a evitarlo. Per Waters, i Pink Floyd si dividono chiaramente in due categorie: da un lato, «i musicisti», dall’altro «gli architetti», ovvero quelli che avevano studiato architettura alla Regent Street Polytechnic School di Londra.

«Dave [Gilmour] e Rick [Wright, tastierista], che appartenevano alla prima categoria, ci hanno sempre trattati – Nick [Mason, batterista] e me – con molta condiscendenza», si lamenta Waters con il biografo Mark Blake (Pigs Might Fly, 2008). Si è rifatto più tardi. Nel 2006, dichiarò a Le Monde: «Dave [Gilmour] è un eccellente chitarrista e un buon cantante, ma quando si tratta dei Pink Floyd, non capisce quello che interpreta.»

Nel 1975, per Wish You Were Here, i due profili professionali possono ancora coesistere. Dopotutto, come dice una celebre formula attribuita a Goethe, «l’architettura è musica congelata». A questa è stata aggiunta, in modo apocrifo, una frase simmetrica che descrive alla perfezione l’arte dei Pink Floyd: «La musica è un’architettura liquida.» E questo album, come ha fatto notare il compositore britannico Howard Goodall, è persino intriso di una “nostalgia per un’epoca precedente, meno complicata della loro storia, prima che il trionfo planetario e tutto ciò che comportava venissero a turbare il semplice piacere di fare musica”.

Effetto sbalorditivo
Per distinguersi da The Dark Side of the Moon, il gruppo considera inizialmente quello che somiglia a un suicidio commerciale: riprendere in mano il progetto abbandonato di “Household Objects” (“Oggetti domestici”). Si trattava di musica concreta realizzata con frullatori, elastici, giornali o bicchieri da vino. Un vicolo cieco di cui sono sopravvissuti due frammenti, inclusi nel cofanetto Wish You Were Here. Immersion Box Set (2011). Si sentono tracce di uno di questi, Wine Glasses, nelle prime battute di Shine On You Crazy Diamond: dietro i tappeti di sintetizzatori e organo scintillano onde propagate da dita umide che scorrono sui bordi di bicchieri. I Pink Floyd hanno così utilizzato uno strumento secolare, il verrillon, al quale il compositore tedesco del XVIII secolo Christoph Willibald Gluck aveva persino dedicato un concerto. Il gruppo però si ferma lì: Household Objects viene definitivamente abbandonato.

In attesa di un lampo d’ispirazione, ciascuno passa il tempo come può nel studio 3, ormai a completa disposizione della band. Le partite a backgammon o a freccette — con una pistola ad aria compressa — si moltiplicano. Nei suoi ricordi (Inside Out, 2004), il batterista racconta che la principale preoccupazione dei musicisti, all’epoca, era “prenotare i campi da squash”. Gilmour, da parte sua, desiderava solo una cosa: passare il weekend nella sua casa di Notting Hill.

Se The Dark Side of the Moon aveva incantato gli ascoltatori per i passaggi fluidi tra i brani, Wish You Were Here riprende quel principio di unificazione, con un effetto sbalorditivo nella canzone omonima: la ricerca di una stazione radio passa da Čajkovskij a un’introduzione suonata con una chitarra a dodici corde. Il musicista Stéphane Grappelli (1908–1997), che era in studio 1 nel maggio 1975 per registrare con Yehudi Menuhin (1916–1999), fu invitato a improvvisare al violino,

ma il suo contributo è appena udibile. Ballata folk dal sublime sconforto, Wish You Were Here è simbolicamente un’opera congiunta di Waters e Gilmour. Il primo sembra già annunciare in essa la sua futura posizione: «A lead role in a cage» – un ruolo da protagonista in una gabbia.

Le Monde, 14 agosto 2025
1975, i Pink Floyd si mettono all’ora del sintetizzatore
«I 50 anni di Wish You Were Here» — Parte 3 di 5

In un gruppo noto per essere sempre all’avanguardia tecnologica, l’arrivo dello strumento elettronico porta il discreto tastierista Richard Wright al centro della scena.

Con i prodigiosi effetti sonori di The Dark Side of the Moon (1973), i Pink Floyd sono diventati un gruppo testimone privilegiato per i rivenditori di impianti hi-fi, che usano l’album per testare la qualità delle loro casse acustiche. Questi risultati tecnologici si devono in gran parte all’ingegnere del suono Alan Parsons. Deluso dal fatto che il suo contributo non sia stato adeguatamente riconosciuto (ovvero nei diritti d’autore), rifiuta la proposta di produrre il disco successivo, il futuro Wish You Were Here. Parsons sceglierà invece di mettersi in proprio, fondando The Alan Parsons Project. Anche in Wish You Were Here (1975), gli effetti sonori — macchinari, motori, aspirazioni, autoradio, vento… — continueranno a far la gioia dei negozi di elettrodomestici. Ma faranno ancor più la fortuna dei costruttori di un rivoluzionario strumento elettronico dell’epoca: il sintetizzatore. L’arrivo di questo strumento rappresenta un’occasione d’oro per il tastierista Richard Wright, il membro più discreto del gruppo, che finalmente trova il modo di distinguersi in maniera splendida. Troppo, secondo il giornalista britannico Paul Stump: nel suo libro The Music’s All That Matters. History of Progressive Rock (Quartet Books, 1997), lamenta che Wish You Were Here sia diventato una sorta di “vetrina per le nuove attrezzature di Wright”.

In quest’album, il musicista utilizza almeno sette tastiere diverse, principalmente per Shine On You Crazy Diamond, il brano che da solo occupa più della metà del disco e gli permette di esprimere tutta la sua tavolozza melodica e armonica. Purtroppo, i suoi talenti compositivi non verranno più valorizzati durante il lungo dominio di Roger Waters, bassista e paroliere, fino al 1985. Scomparso nel 2008 a 65 anni, Rick Wright conservava un affetto particolare per Wish You Were Here, la sua apoteosi prima della caduta in disgrazia.

A metà degli anni ’70, Richard Wright non è ancora il bersaglio preferito di Waters, anche se il suo carattere, taciturno e edonista, aveva già tutto ciò che poteva irritare il leader. Waters sopportava a fatica questa introversione, che scambiava per presunzione, e questa pigrizia, che interpretava come inerzia creativa. Dal canto suo, Wright aveva mancato di tatto affermando che «I testi delle canzoni dei Pink Floyd non sono poi così importanti». E per lui era vero. Aveva tentato la scrittura solo nel 1970, con Summer ’68, una ballata che cantava con una voce bella e timida, come sfinita dallo sforzo, accompagnato al pianoforte. Quell’ode a una groupie e all’amore libero non migliorò la sua immagine da dilettante, sempre più attratto dal tempo passato sul suo yacht nel Dodecaneso, un arcipelago greco. Non avrebbe mai più proposto parole per il repertorio del gruppo britannico.

Un groove inatteso
Per quanto riguarda le trame sonore e le note, è tutta un’altra storia. Richard Wright è stato il musicista più completo dei Pink Floyd fino all’arrivo di David Gilmour, nel 1968. I talenti di questo autodidatta, che alla fine abbandonò gli studi di architettura per iscriversi al London College of Music, si estendono anche alla chitarra e al trombone. Il suo orecchio estremamente preciso lo rendeva il responsabile dell’accordatura degli strumenti dei compagni. Wright stava nell’ombra, ma la sua posizione era centrale, in un gruppo sempre a caccia di innovazioni tecnologiche per arricchire le proprie sperimentazioni sonore.

Nella prima metà degli anni ’70, l’emergere del sintetizzatore lo spinge naturalmente ad ampliare il già ricco arsenale di strumenti. Per Wish You Were Here, accantona il suo Farfisa, un organo elettronico italiano a basso costo, ma mantiene l’Hammond, ormai per sempre associato alla psichedelia britannica da A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum, il lento per eccellenza dell’estate 1967.

All’organo, Wright aggiunge vari pianoforti: acustico (un classico Steinway) e elettrici, come il Wurlitzer e il Clavinet — un moderno clavicordo (strumento a corde percosse, nato nel tardo Medioevo) lanciato dal marchio tedesco Hohner nel 1964. La sua dinamica nervosa ed energica, resa celebre da Superstition di Stevie Wonder nel 1972, fa impazzire i musicisti jazz-rock e funk. È proprio verso queste estetiche che si orienta Wright nell’ottava delle nove parti di Shine On You Crazy Diamond, con l’irruzione di un groove del tutto inaspettato, in un oceano di malinconia.

La vera novità, nel 1975, almeno per il pubblico pop, arriva però dai suoni sintetici. Wish You Were Here viene pubblicato infatti più di un anno prima del best-seller che li consacrerà sul mercato europeo: Oxygène, di Jean-Michel Jarre.

Sulla quarta di copertina, sotto la foto del musicista vestito da tecnico di laboratorio, compare la lista completa dell’attrezzatura analogica utilizzata.

Oggi, questi strumenti vintage, capricciosi e delicati, si rivendono a peso d’oro. Quando l’ingegnere americano Robert Moog commercializza, a partire dal 1964, il più celebre di tutti, lo fa annunciando il “suono del futuro”. Eppure, il Moog è grande quanto un armadio, con moduli e cavi ovunque. Nel 1968, l’album Switched-On Bach (Bach eseguito al sintetizzatore Moog) di Walter Carlos fa inorridire i puristi, ma non Stanley Kubrick, che collaborerà con Carlos per la colonna sonora di Arancia meccanica (1971). Il regista americano aveva precedentemente chiesto a Roger Waters il permesso di utilizzare liberamente alcuni estratti dalla suite Atom Heart Mother (1970) per il film. Ricevette un secco rifiuto.

In quegli anni, il sintetizzatore comincia a diventare più accessibile grazie al Minimoog, una versione più compatta ed economica. È proprio con uno di questi strumenti che Rick Wright dà voce al suo canto dolente, fragile e lamentoso lungo tutta Shine On You Crazy Diamond. Si tratta di un sintetizzatore di prima generazione, ancora monofonico — può cioè suonare una sola nota per volta.

Ma questo limite sta per essere superato da un concorrente di Moog, la ARP (dal nome del fondatore, Alan Robert Pearlman, anche lui ingegnere). Nel 1974 esce il Solina String Ensemble, il primo sintetizzatore polifonico. Con i suoi violini, viole, violoncelli, contrabbassi, trombe e corni, il Solina promette le potenzialità di un’intera orchestra. Ma più che un’orchestra, questo strumento trasporta l’ascoltatore in una dimensione astrale, in una condizione di assenza di gravità.

Dal sonar alla deflagrazione
Richard Wright utilizza immediatamente questa meraviglia (il Solina String Ensemble) in Shine On You Crazy Diamond. Il suono etereo del Solina è il primo che si sente nella dissolvenza d’apertura. Successivamente, i suoi tappeti sonori accompagnano in modo ideale gli assoli di due sassofoni diversi (un baritono e un tenore), suonati da Dick Parry, collaboratore dei Pink Floyd. Il contrasto tra le tastiere futuristiche di Wright e il soffio profondo del jazz è sorprendente — come lo è anche l’intervento delle voci soul delle coriste Venetta Fields e Carlena Williams durante il ritornello.

All’interno dei Pink Floyd, Richard Wright non è l’unico affascinato dai sintetizzatori. Anche gli altri tre membri del gruppo si appassionano all’elettronica dopo che la compagnia britannica Electronic Music Studios (EMS) sviluppa, nel 1969, un sintetizzatore portatile senza tastiera. Racchiuso in una valigetta di legno, il VCS3 (acronimo di Voltage Controlled Studio, versione 3) è capace di generare ogni sorta di suono — dal sonar alla deflagrazione — semplicemente manovrando dei pomelli.

Richard Wright lo aveva già usato per Obscured by Clouds (1972), colonna sonora del film La Vallée di Barbet Schroeder. Ma è soprattutto il suo utilizzo collettivo da parte dei Pink Floyd in The Dark Side of the Moon ad attirare l’attenzione. Per il brano strumentale On the Run, il gruppo arricchisce una sequenza di otto note programmate con rumori di passi, piatti suonati al contrario, e il Farfisa di Wright che imita un’onda marina. Il tutto si conclude con un’esplosione. Sembra di sentire i loop delle rave techno degli anni ’90, eppure è stato registrato nel 1973. Il VCS3 viene riutilizzato anche in un brano dell’album Wish You Were Here. Il suo titolo, Welcome to the Machine, sembra quasi un omaggio allo strumento, anche se le parole di Waters prendono di mira ciò che all’epoca si definiva comunemente come il “sistema”: un mostro invisibile che plasma gli individui fin dalla scuola, detta i loro desideri e li controlla. La robotica ansiogena dell’introduzione, unita a chitarra acustica, piatti e timpani, preannuncia la cupezza paranoica di The Wall, il doppio album del 1979.

Benvenuti alle macchine? Il timore condiviso dai musicisti che i sintetizzatori potessero presto sostituirli portò la American Federation of Musicians a ottenere temporaneamente il divieto d’uso commerciale del Moog. Ma nel 1975 la battaglia è persa. In Germania Ovest, due gruppi già si distinguono con la musica elettronica: i Kraftwerk, che nel novembre 1974 pubblicano il loro manifesto Autobahn, realizzato esclusivamente con sintetizzatori e drum machine; e i Tangerine Dream, che con il loro Rubycon — uscito pochi mesi prima di Wish You Were Here — utilizzano attrezzature simili a quelle di Wright.

Richard Wright non è mai stato così valorizzato come in questo album, all’interno del gruppo che lui stesso aveva fondato e dal quale sarà escluso nel 1980, retrocesso al ruolo di turnista salariato per la tournée di The Wall. Bisognerà attendere il 1985, con l’uscita di Roger Waters e la presa di controllo da parte di David Gilmour, per vedere Wright progressivamente reintegrato. Prima di essere messo da parte, Wright è al culmine della sua arte, dalla prima all’ultima nota di Shine On You Crazy Diamond. L’osmosi tra le sue tastiere impressioniste e la chitarra cristallina o dolente di Gilmour trascende tutto, fino al tema finale drammatico, affidato al Minimoog e al pianoforte.

Wright compone questa elegia senza parole per colui che era stato il suo amico più vicino nei Pink Floyd: Syd Barrett, il leader caduto, estromesso alcuni anni prima. Lo fa infilando di nascosto una citazione della sua canzone See Emily Play, primo successo del gruppo, datato 1967.

Le Monde, 16 agosto 2025
Hipgnosis, il quinto elemento dei Pink Floyd
«I 50 anni di “Wish You Were Here”» — Parte 4 di 5

Il duo di grafici londinesi ha elevato la copertina del disco a opera d’arte

Si deve a Syd Barrett non solo il nome dei Pink Floyd, ma anche quello di un altro collettivo ormai indissolubilmente legato al gruppo britannico: Hipgnosis. È infatti questa la parola — anche se Barrett ne negherà di esserne l’autore — che il cantante, chitarrista e pittore scrisse sulla porta dell’appartamento londinese che condivideva nel quartiere di South Kensington con due amici conosciuti a Cambridge, che nel 1967 stavano per fondare il loro studio di grafica artistica.

Il primo di questi coinquilini, con cui Barrett aveva scoperto l’LSD due anni prima, si chiamava Storm Thorgerson. Personaggio di forte personalità, aveva ambito a diventare regista studiando audiovisivi; alla fine è diventato un agitatore di idee. Il suo socio, Aubrey Powell, formato alla London School of Film Technique, aveva lavorato come assistente in serie televisive della BBC. La loro prima opera comune, quando aprirono l’ufficio in Denmark Street — la via degli editori musicali — fu appunto questa parola composta, Hipgnosis, che racchiude tre termini in uno: Hip (“alla moda”), gnosis (“conoscenza esoterica dell’anima”), in un’epoca in cui la conoscenza dell’anima umana passava per vie esoteriche, e hypnosis (“ipnosi”), cioè modificare lo stato di coscienza per sviluppare la capacità immaginativa.

La copertina che Hipgnosis creò otto anni dopo per il suo cliente più famoso, i Pink Floyd, è esemplare in questo senso. Innanzitutto, la fotografia contraddice il titolo dell’album, Wish You Were Here (“Se solo tu fossi qui”), mostrando invece un incontro tra due uomini anonimi in abito, su una strada deserta. I creatori di Hipgnosis approfittarono di un tour negli Stati Uniti nell’aprile 1975 per accompagnare i quattro musicisti. La sessione fotografica si svolse negli studi Burbank, a nord di Los Angeles. Storm Thorgerson, uomo dei concetti, cercava luoghi irreali e, secondo lui, “nulla è più artificiale di uno studio cinematografico”.

Ispirato dalla censura e… Magritte
Furono reclutati due stuntman locali. A soffrire di più fu Ronnie Rondell, abituato a lavorare in serie TV come Charlie’s Angels. Indossava una tuta ignifuga e il suo assistente reggeva un estintore. Soffiando nel verso sbagliato, il maledetto vento gli bruciò comunque i baffi. Ma il fotografo Aubrey Powell ottenne ciò che voleva: “La foto di copertina dei due uomini d’affari che si stringono la mano mentre uno di loro brucia è uno dei giochi visivi di Storm [Thorgerson]”, spiega nel libro Pink Floyd. Their Mortal Remains, catalogo dell’esposizione presentata al Victoria and Albert Museum di Londra. “È un’espressione molto anni ’70: ‘Man I’ve been burned’ (‘Amico, sono stato bruciato’), per dire ‘sono stato truffato’.” Oppure consumato dalla “Macchina”. Quella che diventerà la stretta di mano più famosa nella storia della pop fa diretto riferimento al patto di corruzione con lo show-business contenuto nei testi delle canzoni Have a Cigar e Welcome to the Machine.

La disumanizzazione è rafforzata dal logo dell’album, un adesivo che mostra un’altra stretta di mano, questa volta meccanica: una mano bianca, l’altra nera, su uno sfondo colorato diviso in quattro elementi — terra, acqua, aria, fuoco. Quattro, secondo Storm Thorgerson, perché Wish You Were Here è composto da quattro parole e i Pink Floyd sono quattro membri.

L’adesivo è applicato su una confezione di plastica nera che avvolge la copertina. Thorgerson ammetterà di essersi ispirato alla censura della copertina di Country Life degli Roxy Music sul mercato americano. Le due giovani modelle tedesche ritratte, una in lingerie e l’altra con le mani sul seno, erano state coperte da una pellicola verde di cellophane. Qui la copertura è voluta: Thorgerson voleva illustrare il tema dell’assenza, che attraversa le canzoni Shine On You Crazy Diamond e Wish You Were Here. Ha incontrato molte difficoltà a far accettare il packaging nero alla casa discografica Columbia, che distribuiva l’album negli Stati Uniti. Ma le reazioni superarono le sue aspettative: “Ho sentito dire che alcuni hanno tagliato la confezione solo per prendere il disco”, commentò soddisfatto nel documentario The Story of Wish You Were Here (2012). “Non hanno mai visto la copertina. L’assenza per eccellenza.”

Per il personaggio sulla copertina posteriore, l’ispirazione viene dal pittore René Magritte (1898-1967). In questa messa in abisso, un commesso viaggiatore smarrito nel deserto — quello di Yuma, in Arizona — tiene un disco in vinile trasparente con l’etichetta centrale che reca il logo di Wish You Were Here. Ci si chiede come faccia: quest’uomo senza volto è privo di polsi e caviglie. Sul terreno ha appoggiato una valigia coperta da adesivi promozionali dei Pink Floyd. Deve essere piena di soldi poiché, secondo Thorgerson, la persona in questione è un “venditore che ha venduto la sua anima”.

La copertina, come una matrioska, ne contiene un’altra, con fotografie che rimangono nell’immaginario surrealista. Nella prima, i fan cercano disperatamente da cinquant’anni di scorgere una donna nuda che dovrebbe trovarsi tra le pieghe di un foulard rosso che vola sopra un campo — ancora una rappresentazione dell’assenza. Nella seconda fotografia, inserita nei testi, un sub fa il verticalismo trattenendo il respiro davanti alle colonne di argilla del lago Mono (California), nel deserto della Sierra Nevada. Aubrey Powell, socio di Thorgerson, ha trovato un praticante di yoga capace di rimanere sott’acqua per 90 secondi.

Si può dire che Hipgnosis elevi qui la copertina di un album al rango di opera d’arte, spingendo sempre più in là i confini dell’astrazione, una sfida non da poco dopo ciò che era stato fatto due anni prima per The Dark Side of the Moon, il successo mondiale dei Pink Floyd. Con il triangolo emblematico, Thorgerson aveva reso omaggio a colui che per primo aveva capito che una copertina poteva essere un supporto grafico: Alex Steinweiss (1917-2011). Assunto come direttore artistico dalla casa discografica newyorkese Columbia, Steinweiss aveva immaginato, su fondo nero, un pianoforte a coda bianco da cui sprigionava uno spettro di sei colori. Questa audacia aveva aperto la strada alla linea estetica che Thorgerson avrebbe poi definito così nel documentario The Story of Wish You Were Here: «Le foto dei musicisti non mi interessano, le trovo noiosissime. Volevamo rappresentare la musica tramite un’immagine.»

Hipgnosis aveva iniziato a lavorare con i Pink Floyd già dal loro secondo album, A Saucerful of Secrets (1968), elaborando un collage psichedelico partendo da un disegno del supereroe Doctor Strange e da un’illustrazione tratta dall’Opus medico-chymicum (1618), dell’alchimista e compositore per liuto Johann Daniel Mylius. Il collage conteneva in medaglione una foto dei Pink Floyd dove il chitarrista David Gilmour aveva preso il posto di Syd Barrett, il leader originario.

I membri del gruppo erano ancora visibili sulla copertina dell’album Ummagumma (1969), ma utilizzando un effetto Droste (un’immagine che contiene un’immagine di se stessa), modificato cambiando la posizione dei quattro musicisti a ogni ripetizione. Da Atom Heart Mother (1970) in poi, il nome Pink Floyd e la loro incarnazione umana scomparvero dalla parte esterna delle copertine. Un ruminante, una maestosa mucca Holstein, aveva rubato loro la scena — in attesa del maiale volante di Animals, nel 1977.

La creatività di Hipgnosis — questa volta bambini nudi che scalano la Giant’s Causeway, il sito naturale dell’Irlanda del Nord — aveva beneficiato anche ai Led Zeppelin nel 1973 con Houses of the Holy. I Pink Floyd, spesso criticati come un gruppo noioso e troppo serioso, avevano più senso dell’umorismo rispetto all’altro colosso del rock britannico. Il leader dei “Led Zep”, Jimmy Page, infatti licenziò bruscamente Storm Thorgerson quando questi gli presentò un primo progetto di copertina: una racchetta da tennis su un campo in erba. Il grafico voleva insinuare che i Led Zeppelin si dedicassero al racket, così aveva capito il chitarrista. La mercificazione della musica sarebbe stata infine simboleggiata dalla stretta di mano di Wish You Were Here.

Gong in fiamme
Negli stessi anni ’70, le invenzioni di Hipgnosis si declinano anche sul palco, un campo in cui i Pink Floyd avevano innovato già dal 1967 usando neve carbonica o gong infuocati. Nel 1974 la band si dotò anche di uno schermo circolare di 12 metri di diametro per proiezioni sul retro del palco. Il 5 luglio 1975, alla chiusura del tour di Wish You Were Here, i Pink Floyd erano la star della seconda edizione del festival di Knebworth, a nord di Londra. Lo spettacolo fece scalpore, con il volo di due aerei Spitfire della Seconda Guerra Mondiale sopra il pubblico.

La vera star doveva essere la musica, e con essa l’immaginario che essa suscita, cosa che andava bene a questi quattro strumentisti che preferivano la maglietta agli abiti di scena. «Avevo paura della mia ombra», confessa Roger Waters a Mark Blake nel libro Pigs Might Fly. La storia nascosta dei Pink Floyd. «Immagina quanto temessi il pubblico.» Hipgnosis accentuò il contrasto nel programma venduto durante quel tour: un fumetto che trasformava questi musicisti riservati, se non segreti, in supereroi.

Curiosamente, l’album Wish You Were Here sarebbe stato suonato per intero — e in ordine — solo durante il tour successivo, nel 1977. Intitolato all’icona del maiale volante di Animals, inaugurava dal vivo il brano Welcome to the Machine. Per la sua animazione fu coinvolto un illustratore di Los Angeles, Gerald Scarfe. Il batterista dei Pink Floyd, Nick Mason, lo aveva scoperto grazie alla trasmissione sulla BBC del suo film The Long Drawn Out Trip (1971), una critica feroce al consumismo americano. Tutto per conquistare quell’anticapitalista paradossale che è Roger Waters.

Gerald Scarfe trovò una forma animale per la “Macchina”: sullo schermo del palcoscenico appariva un rospo cornuto metallico appare all’orizzonte che avanza minaccioso. Le immagini poi facevano sprizzare un’ondata di sangue che si infrangeva su torri d’acciaio, il flusso diventava un mare di mani. Il cartone anticipava le visioni che Scarfe avrebbe sviluppato in The Wall (1979), l’opera rock di Roger Waters. Nel frattempo, i musicisti dovevano sincronizzarsi con il videoclip, e l’uso delle cuffie audio non migliorava il contatto col pubblico. Tra i Pink Floyd e il mondo esterno cominciava a erigersi un muro.

Le Monde, 17-18 agosto 2025
Pink Floyd, il miglior nemico del punk
I 50 anni di “Wish You Were Here” — parte 5 di 5

Al momento della sua uscita, l’album non fu unanimemente apprezzato, tanto il gruppo britannico incarnava per chi si preparava a criticarlo dietro i Sex Pistols un’istituzione rock ormai borghese.

Si chiama “customizzare” una maglietta: adattarla ai propri gusti — o meglio, al proprio disgusto — personale. E quella indossata dal giovane John Lydon per le strade di Londra nell’estate del 1975 non passò inosservata. Il volto di questo guascone di 19 anni, con una chioma verde o arancione (a seconda dell’umore) e uno sguardo da pazzo, stonava già con i quattro volti seri esposti sul suo indumento, con capelli lunghi e per metà barbuti: quelli di David Gilmour, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright, i quattro musicisti dei Pink Floyd. Erede dei dadaisti, Lydon si era dedicato a un dirottamento: aveva forato gli occhi delle “vittime” e preceduto il nome della loro band con un avviso scritto a mano. Ora si leggeva: «I Hate Pink Floyd» (“Odio i Pink Floyd”).

Con questo look, il londinese si fece subito notare nel negozio Sex, aperto nel quartiere di Chelsea dalla stilista Vivienne Westwood e dal suo socio Malcolm McLaren. Dopo un’audizione improvvisata con il jukebox del negozio, John Lydon fu promosso cantante di una formazione il cui obiettivo era chiaramente quello di scandalizzare il borghese. Non a caso fu soprannominato Johnny Rotten (“Johnny il marcio”, in riferimento al suo stato dentale) da Steve Jones, il chitarrista. Il 6 novembre 1975 la Saint Martin’s School of Art di Londra ospitò il primo concerto di quelli che presto avrebbero seminato il caos nell’industria discografica e nella società britannica: i Sex Pistols.

Un sentimento di distanza
Gli ideali degli anni Sessanta erano ormai morti e sepolti a metà del decennio successivo. Gli Stati Uniti, dove i Pink Floyd trionfavano, attraversavano una doppia crisi morale a causa della guerra del Vietnam, che terminò nel 1975, e dello scandalo Watergate, che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon, accusato di essere coinvolto direttamente in un affare di intercettazioni telefoniche illegali. Collegato al continente europeo grazie alla sua adesione alla Comunità Economica Europea, il Regno Unito era colpito dalle conseguenze dello shock petrolifero del 1973, dalla deindustrializzazione e dall’impennata della disoccupazione. Si aggiungeva la questione esplosiva dell’Irlanda del Nord: quando i Pink Floyd tennero tre concerti a Birmingham, Inghilterra, all’inizio di dicembre 1974, la città delle Midlands era ancora scossa da due attentati in pub che avevano ucciso 21 persone e ferito oltre 200.

Dal successo fenomenale del loro album The Dark Side of the Moon nel 1973, il gruppo sembrava però tagliato fuori dal mondo. A tal punto che la scelta degli hotel durante i tour dipendeva ormai dalla presenza di campi da golf nelle vicinanze, il passatempo preferito dei musicisti. Di conseguenza, scrive Mark Blake in Pigs Might Fly, «questa band enigmatica, composta da milionari con un’età media ormai superiore ai 30 anni, era diventata un bersaglio perfetto per chi pensava che il rock fosse riservato a un’élite di giovani sporchi e affamati».

Centrato sui temi dell’assenza e della non comunicazione, l’album successivo, Wish You Were Here (1975), accentuò ancora di più il senso di distanza e malinconia. Già provati dalla partenza del loro primo leader, il cantante e chitarrista Syd Barrett, i quattro musicisti avevano recentemente licenziato il loro manager di tournée, Peter Watts. Lo si sente ridere all’inizio di The Dark Side of the Moon, poi dichiarare: «Sono pazzo da tanto tempo — da anni! Sono sempre stato pazzo, lo so, sono stato pazzo come tutti noi.» Colui che era il padre della futura attrice Naomi Watts morì nel 1976 per overdose di eroina.

Per completare questo triste quadro, i Pink Floyd avevano partecipato, nell’ottobre 1973, a due concerti londinesi organizzati per il batterista Robert Wyatt, ex del gruppo Soft Machine diventato paraplegico dopo essere caduto da una finestra ubriaco durante una festa. Sei mesi dopo l’incidente, Wyatt tornò in studio per registrare un album solista considerato il suo capolavoro, Rock Bottom, prodotto da un collega: Nick Mason, il batterista dei Pink Floyd.

Il membro più lucido e autocritico dei Pink Floyd, Nick Mason, si era avventurato in una profezia nel film di Adrian Maben Pink Floyd. Live at Pompeii (1972). «Siamo purtroppo il prodotto di un’epoca», osservava già allora. «Per molte persone, presto apparterremo al passato. Quello della loro infanzia, del 1967, della scena underground di Londra e dei concerti gratuiti a Hyde Park…».

Era effettivamente così nel 1975. I Pink Floyd erano diventati il nome più noto del movimento informale noto come «rock progressivo». Questa propaggine del psichedelismo britannico valorizzava la virtuosità tecnica e si proponeva di confrontarsi con il jazz e la musica classica contemporanea. I suoi detrattori vedevano queste ambizioni come manifestazioni ridicole di grandiosità e megalomania.

Il genere raggiunse comunque un picco commerciale nel 1973, con due album che rimangono i suoi più grandi bestseller: il primo è The Dark Side of the Moon, il secondo, Tubular Bells, un’opera in due parti registrata da Mike Oldfield, un polistrumentista di 19 anni — che suonava la chitarra nell’album Rock Bottom di Robert Wyatt. Le vendite dei suoi «campanelli tubolari» decollarono dopo che l’introduzione fu utilizzata ne L’Esorcista, il film horror di William Friedkin uscito lo stesso anno.

Tubular Bells fu la prima referenza nel catalogo della Virgin, una nuova etichetta che si era posizionata nel settore del «prog rock», entrando in competizione con Island (King Crimson, Emerson, Lake & Palmer), Charisma (Genesis, Van der Graaf Generator), Chrysalis (Jethro Tull, Procol Harum) e Harvest, quella dei Pink Floyd. Bisognerà aspettare il 1977 perché Virgin riesca a ripetere un simile «colpo». Il suo fondatore, Richard Branson, cambierà bruscamente estetica recuperando proprio coloro da cui era arrivato lo scandalo: i Sex Pistols, appena licenziati dalle etichette EMI e A&M.

Per il punk nascente, il nemico numero uno è proprio il rock progressivo in generale, e i Pink Floyd in particolare. Anche se l’affiliazione del gruppo a questo movimento è sempre stata problematica, dato che il loro pubblico è universale. «Non sono mai stato un grande fan della maggior parte delle band considerate “progressive”», spiegherà il chitarrista David Gilmour. «A riguardo, sono sempre stato un po’ come Groucho Marx: non mi interessa far parte di un club che mi accetta come membro.»

Tuttavia, come scrive Stuart Berman in Pipers at the Gates of Punk, un saggio pubblicato nel 2014 sul sito musicale Pitchfork, «I Pink Floyd rappresentavano tutto ciò che il punk non era: musicalmente dotati, concettualmente ambiziosi, immensamente ricchi, barbuti con gusto.» Il critico canadese aggiunge però una sfumatura importante: «Se i Pink Floyd erano un bersaglio facile per i punk, questo era strano — le due fazioni avevano più in comune spiritualmente di quanto ciascuno avrebbe voluto ammettere.»

Uno dei primi a farlo è proprio John Lydon. Perché la maglietta che il cantante aveva rovinato apparteneva ovviamente a un fan dei Pink Floyd: lui stesso. Già nel luglio 1977, il Sex Pistol sconvolgerà Malcolm McLaren, il manager della band, rivelando i suoi gusti musicali durante una trasmissione della radio londinese Capital Radio.

Tra le scelte, nessun rappresentante della scena punk di New York, città dove la rivolta contro il rock istituzionalizzato aveva preso piede prima di esplodere nel Regno Unito, ma gruppi che un hippy non avrebbe disconosciuto, dal gruppo francese Magma ai tedeschi Can, passando per il blues destrutturato del californiano Captain Beefheart. E anche inglesi: Van der Graaf Generator, soprattutto noto ai fan del rock progressivo…

«Ascoltate, bisognerebbe essere stupidi come i propri piedi per dire di non amare i Pink Floyd», confesserà John Lydon nel 2010 in un’intervista al magazine online britannico The Quietus. «Hanno fatto grandi cose. Anche della merda. Mi piace Dark Side of the Moon. Ma preferisco andare direttamente al periodo in cui c’era Syd Barrett.» L’opera dei Pink Floyd citata fu mixata nel 1973 da un certo Chris Thomas. Lo stesso che sarebbe stato uno dei due produttori di Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, l’album che fece saltare l’ordine stabilito raggiungendo il primo posto nelle classifiche britanniche nell’autunno del 1977.

Soprattutto, Lydon distingue classicamente i Pink Floyd originari (1965-1968), guidati dal loro «diamante pazzo», da ciò che erano diventati. La sua fascinazione per Syd Barrett risale a molto tempo fa, visto che il suo criceto si chiamava «Sid». Ed è questo soprannome che diede a un giovane delinquente (mordicchiato dal roditore, secondo la leggenda) con cui condivideva un locale: questo John Simon Ritchie sarebbe diventato Sid Vicious, fan e poi bassista dei Sex Pistols.

«Sotto assistenza respiratoria»
Prima che i Pink Floyd gli rendessero omaggio con la canzone Shine On You Crazy Diamond, Syd Barrett era oggetto di culto nell’ambiente rock britannico. Questo dandy che camminava solo sulle punte dei piedi e i cui testi ricordavano le assurdità di Lewis Carroll era addirittura rivendicato dalle due più grandi star del glam rock, Marc Bolan, leader dei T. Rex, e David Bowie, che aveva scelto il brano See Emily Play per il suo album di cover Pin Ups nel 1973.

Nello stesso anno, i primi due album dei Pink Floyd furono ristampati e fusi in un doppio disco intitolato A Nice Pair. Un anno dopo, toccò ai due dischi solisti di Barrett, pubblicati nel 1970, avere una nuova chance, poco dopo la pubblicazione sul settimanale New Musical Express di un lungo articolo a lui dedicato firmato da Nick Kent.

Questo critico godeva allora di un’aura da rockstar, al punto da essere stato per un brevissimo periodo membro dei Sex Pistols nell’estate del 1975. Non sorprende quindi che abbia scatenato pubblicamente l’ostilità contro i Pink Floyd durante i concerti all’Empire Pool (oggi Wembley Arena) alla vigilia di Natale 1974. Criticò canzoni che «durano il doppio di quanto dovrebbero»: spesso un bel quarto d’ora. È il tempo necessario ai Ramones per esaurire l’intero loro concerto, nello stesso momento, al club CBGB di New York.

Nick Kent derise anche la presenza scenica dei Pink Floyd — «Si muovono come quattro operai in pausa tè» — e prese di mira David Gilmour, con i «capelli sporchi, tenuti fermi da un eccesso di grasso capillare». Era un assaggio della ricezione che avrebbe avuto l’album Wish You Were Here nel settembre 1975: «Sfinito, disperato, alla fine ha scelto di riciclare i passaggi più accessibili di Dark Side of the Moon», sbottò il collega del New Musical Express Pete Erskine. Non da meno, il concorrente Melody Maker diagnosticò: «I Pink Floyd sono sotto assistenza respiratoria… Wish You Were Here è una schifezza. È semplice così.»

Questi attacchi danno ragione in retrospettiva al biografo Peter Blake: «La natura astratta di questo album è diventata una delle sue più grandi forze», conclude in Pink Floyd. Their Mortal Remains (“le loro spoglie mortali”, Michel Lafon, 2017), il catalogo della mostra presentata al Victoria and Albert Museum di Londra. «L’ascoltatore può proiettare su di esso tutto ciò che vuole, a seconda del proprio umore.» Così ciò che fu denigrato come il peggior album dei Pink Floyd nel 1975 può essere considerato il loro migliore nel 2025.