Sul numero 578 di Record Collector (dicembre 2025) è stata pubblicata una bellissima recensione del nuovo cofanetto curato dalla Sony per il 50esimo anniversario di “Wish You Were Here”, firmata da Daryl Easlea.
Il voto attribuito a questa importante uscita è di 5 stelle su 5.
Di seguito la traduzione integrale della recensione.
Heaven From Hell
Un capolavoro esaltante, strappato a un periodo di turbamento e inquietudine, tirato a lucido per il suo cinquantesimo compleanno.
David Gilmour e Roger Waters hanno entrambi portato i loro spettacoli in giro per il mondo nel 2023/2024; artisti collocati ai due estremi dello spettro musicale e ideologico dei Pink Floyd, il gruppo che hanno condiviso per 18 anni. A sottolineare la loro diversa attitudine nei confronti del passato comune, i rispettivi show includevano soltanto due brani scritti insieme, su circa 120 registrati nel loro periodo più fertile. Uno di questi, Comfortably Numb, in concerto illustrava perfettamente questa differenza fondamentale. Waters apriva lo spettacolo con il brano: una versione spoglia, senza chitarra, intrisa di un minimalismo glaciale. Gilmour lo concludeva: un’interpretazione tradizionale e senza tempo, generosamente impreziosita dal suo assolo di chitarra che definisce una carriera. Tuttavia, l’unico brano che entrambi hanno eseguito in modo assolutamente fedele all’originale è stato il pezzo che dà il titolo a Wish You Were Here, probabilmente la più alta sintesi tra il cuore di Gilmour e l’anima di Waters, dove i due cantavano davvero dallo stesso spartito. La sua inclusione in entrambi gli spettacoli è la misura di quanto il brano sia stimato dai suoi autori e dal mondo intero. Originariamente concepito come un peana al crollo del primo matrimonio di Waters, il tema più ampio del testo — assenza e disincanto — veniva cantato da Gilmour con una passione terrena, sovvertendo il tradizionale saluto da cartolina balneare: al desiderio di condividere la gioia si sostituiscono il dolore e la delusione dell’attesa. Wish You Were Here è la canzone pop “lineare” al centro del nono album in studio amatissimo del gruppo, qui celebrata nel suo cinquantesimo anniversario. È un’opera che entrambi i poli considerano di altissimo livello: Gilmour ha definito Wish You Were Here «in un certo senso l’album più completo della band», mentre Waters ha detto che è «pieno di dolore e rabbia, ma anche pieno d’amore».
La gestazione di Wish You Were Here fu lunga e difficile: i Pink Floyd non si aspettavano certo che il predecessore, The Dark Side Of The Moon, spiccasse un volo così alto nel cosmo. Il gruppo iniziò il processo presentando al pubblico una prima metà di nuovo materiale nel 1974 e 1975, quando il nuovo lavoro non aveva ancora un titolo né una scaletta definitiva. A parte un brano che conservava i tratti distintivi più recenti del gruppo (Shine On You Crazy Diamond), gli altri (Raving And Drooling e You Gotta Be Crazy) erano oscuri e impegnativi, un deciso allontanamento dalla studiata morbidezza che aveva reso Dark Side un fenomeno globale.
L’oscurità e le difficoltà accompagnarono il gruppo anche ad Abbey Road, dove, tra gennaio e luglio 1975, registrarono a blocchi, intervallando le sessioni con i tour. Cercando di tirarsi fuori dalla fossa in cui si erano cacciati, crearono quello che è probabilmente il loro lavoro più completo dell’era post–Syd Barrett. Musicalmente, Wish You Were Here mostra il gruppo al massimo della forma: un album che può essere visto in sintonia con l’impulso ambient dei coetanei Tangerine Dream o con i paesaggi new age di Mike Oldfield, pur suonando singolare e inconfondibilmente Pink Floyd. Tutti i membri suonano al loro apice: le tastiere di Richard Wright, lussureggianti e innovative, scorrono con un groove rilassato accanto ad alcune delle parti di chitarra più ispirate di Gilmour, mentre Nick Mason e Waters — spesso sottovalutati come sezione ritmica — creano una base elastica e seducente. Le vere dissonanze vennero eliminate: Raving And Drooling e You Gotta Be Crazy furono accantonate per un uso futuro, e Shine On incorniciò Wish You Were Here, tornando come un significativo post scriptum su una cartolina delle vacanze.
I testi di Waters sono tra i suoi migliori: la sua capacità di catturare e mitizzare il fondatore e compagno di scuola Barrett con tanta intensità non può essere sottovalutata. Il verso della title track, «cold comfort for change, did you exchange a walk-on part in the war for a lead role in a cage», spiega non solo la condizione di Waters — una riflessione sul vuoto del successo — ma anche il mondo che abitavano allora. Era un’epoca in cui ex soldati lavoravano nella pubblica amministrazione, gestivano banche e grandi magazzini, continuando ad abitare quel mondo in bianco e nero che i Floyd avevano trasformato in colore.
Syd Barrett, l’uomo che aveva guidato quella carica, era ormai una stella morta a corto di carburante. Cinque anni dopo l’ultima volta che la band lo aveva visto, apparve ad Abbey Road durante le registrazioni, e la sua presenza aumentò il senso di desolazione che circondava Wish You Were Here. Le idee che Barrett aveva proposto nel 1967 e che erano state bocciate — l’uso di coriste e del sassofono — erano ormai state adottate: nello studio attorno a lui c’erano il sassofonista Dick Parry e le cantanti Venetta Fields e Carlena Williams. Barrett c’era, ma non c’era. La sua assenza aggiungeva peso al tema principale dell’album. Dunque, terreno già battuto per WYWH 50? Le nove rarità in studio e i 16 brani dal vivo aggiungono luce alla storia. Un gruppo deve avere una certa statura quando il Poeta Laureato scrive le note per la tua ristampa. Simon Armitage ha scritto una lettera d’amore alla band e a Wish You Were Here in particolare, che ha risuonato profondamente con chi aveva la sua età; c’è un diario del 1975, ricco di fotografie inedite e annotazioni del road manager Phil Taylor, oltre a dettagli approfonditi di Aubrey “Po” Powell sulla copertina (i lettori di RC sapevano che il nome del tuffatore era Craig R Baxley?). Ma soprattutto ci sono nuove (almeno per questi occhi) immagini della famigerata comparsata di Barrett in studio. Musicalmente, restano tre outtake dell’edizione Immersion del 2011, tutte essenziali per la storia: Wine Glasses da Household Objects; Stefan Grappelli che suona su Wish You Were Here e la sofferta versione Gilmour/Waters di Have A Cigar (un vero caso di Hats Off To (Roy) Harper). A completare il quadro, una versione più grezza della title track e una take strumentale con la pedal steel di Gilmour in primo piano; una prima registrazione di 18 minuti di Shine On… che mette in evidenza come il pezzo si sia evoluto. La Parte VIII, la sezione funk, oscilla davvero, con l’Hammond di Wright che richiama in pieno Graham Bond. E poi c’è Waters a casa, pulsante e vibrante nelle demo di The Machine Song. La prima versione commercialmente disponibile dell’intera Shine On… offre uno sguardo su come sarebbe stato ascoltarla come un lato completo, senza che Welcome To The Machine arrivasse a smorzare l’atmosfera. Le registrazioni dal vivo della Los Angeles Sports Arena dell’aprile 1975 sono una rivelazione. Tratte dalle cassette TDK del leggendario bootlegger Mike Millard, Steven Wilson ha fatto il massimo per farle suonare bene — e ci è riuscito eccome. L’esecuzione di Dark Side è rilassata ma centrata — Any Colour You Like in particolare è ampiamente groovy — e l’encore di quattro anni prima, Echoes, conserva ancora il fascino solenne che aveva a Pompei; completo del sassofono di Parry e delle voci di Fields e Williams ad arricchire il groove.
L’eterna sete di Pink Floyd, unita alla forza e alla spinta dei nuovi partner Sony, ha portato la colonna sonora di Pink Floyd At Pompeii – MCMLXXII, a 54 anni dalla sua realizzazione, in cima alle classifiche degli album nel Regno Unito lo scorso maggio. L’uscita è riuscita a celebrare ciò che era stato, riunendo felicemente il quartetto litigioso in uno dei loro momenti più alti. Si può ottenere lo stesso risultato con Wish You Were Here? La risposta breve è sì. In una stagione festiva affollata di box set, Wish You Were Here 50, che cavalchi o meno l’onda, ha davvero molto da offrire.


