Il 17 gennaio 1996 i Pink Floyd entrarono ufficialmente nella Rock and Roll Hall of Fame durante una cerimonia tenutasi al Waldorf-Astoria di New York, un evento che sancì definitivamente il loro ruolo centrale nella storia della musica rock.
A introdurli fu Billy Corgan, frontman degli Smashing Pumpkins, che rese omaggio alla band con un lungo e sentito discorso, sottolineandone l’unicità artistica e l’enorme influenza culturale. Sul palco erano presenti David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, mentre Roger Waters e Syd Barrett non parteciparono alla serata.
La celebrazione culminò con un momento particolarmente emozionante: Gilmour e Wright, affiancati dallo stesso Corgan, eseguirono dal vivo Wish You Were Here, trasformando l’ingresso nella Hall of Fame in un tributo intimo e simbolico alla storia e allo spirito dei Pink Floyd.
Questa è la traduzione integrale della presentazione di Billy Corgan e dei ringraziamenti di Gilmour, Mason e Wright.
Billy Corgan:
«Ciao… so che è un po’ tardi, quindi cercherò di limitare il mio intervento alla durata media di una canzone dei Pink Floyd. Vorrei iniziare con alcune riflessioni personali.
Sono cresciuto negli anni ’70 e ’80, ho più o meno 28 anni, e quando la gente diceva “Pink Floyd”, ancora prima di sentire una sola nota, c’era una sorta di riverenza che circondava questa band. Erano una strana anomalia negli anni ’70, pieni di musica orribile e tremenda — musica di cui alcuni di voi in questa sala sono responsabili.
I Pink Floyd erano un mix di tantissime cose. Erano una band misteriosa: spesso non sapevi nemmeno che aspetto avessero. Avevano artwork incredibili, con piramidi, prismi e immagini folli.
Il primo album che ho sentito è stato “The Dark Side of the Moon”, che, come sappiamo tutti, è probabilmente uno dei migliori album di tutti i tempi. È stato, molto probabilmente, il loro massimo traguardo per quanto riguarda la consapevolezza del pubblico su ciò che facevano.
Io l’ho ascoltato per la prima volta durante l’era di “The Wall”, che per me, alla tenera età di 14 anni, era troppo inquietante, troppo intenso, troppo nichilista… e ovviamente sono tutte cose in cui oggi credo profondamente.
Attraverso “The Dark Side of the Moon” ho cercato gli altri loro album e sono diventato un fan. Quando avevo 17 anni, a mia nonna fu diagnosticato un cancro, ed è stato uno dei periodi più dolorosi della mia vita. La canzone dei Pink Floyd “Wish You Were Here” sembrava riassumere tutto ciò che provavo. Quando non riuscivo a sopportare quello che stava accadendo, mentre lei stava morendo, ascoltavo quella canzone ancora e ancora. Ancora oggi mi fa piangere: è una canzone bellissima.
Sapete, quando hai 17 anni frasi come “Heaven from Hell, blue skies from pain” significano tantissimo. Ed è per questo che penso di essere qui, in questo momento particolare: per ringraziarli per tutto ciò che hanno fatto.
I Pink Floyd sono l’anomalia definitiva del rock and roll. Hanno venduto enormi quantità di dischi, sono sempre stati una grande band dal vivo, e non sono mai stati una band basata sui singoli: una lezione che questo settore dovrebbe ricordare per sempre. Hanno sempre creduto nella musica, perché sono le persone che ascoltano la musica a guidare l’industria, non il contrario. Sono sempre stati una band che ha pensato prima di tutto ai fan, e per questo li rispetto enormemente.
Sono sempre stati tutto ciò che c’è di grande nel rock: grandezza, pomposità, nichilismo, umorismo e, naturalmente, lo spazio.
Quando mi hanno chiesto di fare questo intervento, ho pensato che avrei potuto parlare a lungo del mistero e della mitologia dei Pink Floyd. Invece ho deciso di tornare ad ascoltare molti dei loro dischi che conoscevo, ma riascoltandoli da adulto, cercando di approfondire davvero questa band.
Ho iniziato dal primo album e, naturalmente, con i Pink Floyd tutto ruota sempre intorno alla loro genesi con Syd Barrett. E come tutti sappiamo… (il pubblico batte le mani) sì, signori… nel rock and roll siamo costantemente stupiti dalla convivenza di tragedia e bellezza, e Syd era entrambe le cose. La sua visione artistica originale, espressa nel primo album dei Pink Floyd, ha davvero definito ciò che questa band continua a essere ancora oggi: un’esplorazione dei territori più estremi di ciò che fa accadere la musica.
Vorrei soffermarmi su alcuni dischi che, per me, definiscono davvero cosa sono stati i Pink Floyd. Dopo che Syd è andato… ovunque sia andato, ho ascoltato alcuni dei dischi successivi e suonavano come una band incerta su dove andare. Ho persino letto che anche loro lo sentivano così, quindi non mi sento in colpa a dirlo.
È stato con l’album “Meddle” che improvvisamente è apparso quel suono: cavalli al galoppo, piani astrali, “Echoes”… È proprio lì che si sente una band fondere e sintetizzare qualcosa che non è mai stato davvero ricreato.
E poi, naturalmente, “The Dark Side of the Moon”: la sintesi definitiva di suono, visione e testi. Rimane uno dei più grandi traguardi della musica.
Quando pensi a che tipo di band siano stati i Pink Floyd, e al fatto che quell’album sia uno dei più venduti di tutti i tempi, con tutto ciò che lo circonda, mi sorprende ancora oggi che non cerchiamo più altri Pink Floyd, ancor meno chiunque sia in cima alle classifiche in questo momento.
E cosa hanno fatto dopo “The Dark Side of the Moon”? Hanno realizzato un album completamente non commerciale. Hanno scritto un’ode in nove parti al loro ex collega Syd: “Shine On You Crazy Diamond”. È qualcosa di estremamente toccante che abbiano trovato il tempo di farlo, ed è stato un disco molto, molto coraggioso, soprattutto considerando la pressione che sentivano nel dover seguire il successo di “The Dark Side of the Moon”.
Un altro album che vorrei citare è “The Wall”, che, come dicevo, a 14 anni era oltre la mia comprensione, ma a 28 anni è uno dei dischi più coraggiosi che abbia mai ascoltato. Non riesco a pensare a nient’altro che riassuma così bene tutto ciò che riguarda la vita e il rock. Affronta politica, culto dell’eroe, rock and roll e il nostro desiderio di connetterci con l’universo, tutto in un solo colpo. È davvero una testimonianza incredibile di quanto fossero disposti a spingersi oltre i limiti di ciò che conta davvero.
Ascoltando tutta questa musica mi è venuta una domanda semplice: chi è Pink? E, persino secondo l’ammissione della band, i Pink Floyd sono più grandi di qualunque singolo individuo. Questa sera stiamo introducendo tanto un’istituzione — scusate il gioco di parole — quanto i singoli membri della band. Sono sopravvissuti a tutto. Non conosco personalmente tutte le loro dinamiche interne, ma abbiamo la musica come eredità.
Io, personalmente, e spero tutti voi, voglio rendere omaggio all’eredità della loro bravura, del loro coraggio, del loro spirito e, soprattutto, della loro musica. È una grande eredità. Auguro a tutti loro il meglio. Pink Floyd.»
(Applausi)
Gilmour, Wright e Mason salgono sul palco, ricevono il premio da Corgan e si avviano al centro della scena. Gilmour si avvicina al leggio mentre il pubblico è in piedi.
David Gilmour:
«Dobbiamo prendere un paio di questi premi anche per i nostri due membri della band che hanno iniziato a suonare “different tunes“: Roger e Syd. Ne porteremo un paio a casa per loro. Grazie mille, davvero».
Rick Wright:
«Ha appena detto quello che volevo dire io. Volevo ringraziare Roger e soprattutto Syd, perché tutta la band è nata con Syd. Stavo seduto qui per tutta la sera e mi sono reso conto della diversità della musica: tutti sono diversi, tutti hanno un approccio differente, ma spero che tutti noi abbiamo toccato le persone con la nostra musica. È tutto quello che abbiamo sempre voluto fare. Grazie mille, grazie».
Nick Mason:
«Beh, hanno già detto quasi tutto. È un’occasione meravigliosa: così tanti dirigenti discografici in un solo posto… se solo potessimo fare un audizione con qualcuno, sarebbe fantastico.
Vorrei aggiungere qualche ringraziamento in più, perché, come potete immaginare, qui dietro c’è stato tantissimo lavoro duro — e siamo riusciti a evitarne buona parte facendoci aiutare da molte persone estremamente talentuose. Vale la pena citarne alcune, anche se sicuramente ne dimenticherò moltissime. Penso agli ingegneri del suono con cui abbiamo lavorato: Andy Jackson, James Guthrie, Alan Parsons. Ai produttori Bob Ezrin, Chris Thomas e Joe Boyd, che è qui stasera e che ha prodotto il nostro primo disco. Ai designer dei palchi e delle luci: Mark Brickman, Mark Fisher e Storm Thorgerson, un uomo capace di far tremare una casa discografica…».
Gilmour:
«Il loro preferito».
Mason:
«E naturalmente la casa discografica. La prima regola del rock and roll è: se le cose vanno bene, prenditi il merito; se vanno male, dai la colpa alla casa discografica. E anche Steve O’Rourke, il nostro manager: la seconda regola è che, se non riesci a contattare la casa discografica, dai la colpa al manager. Grazie a tutti loro. È un grandissimo onore. Per noi significa davvero moltissimo. E probabilmente significa che è ufficiale: non dovremo mai più fare da gruppo spalla a nessuno. Grazie».

