“Uisciueriar” dei Pink Floyd diventa un romanzo

Claudia Fofi ha pubblicato il 16 novembre 2024 un libro che torna attuale nei giorni in cui si stanno celebrando i 50 anni di “Wish You Were Here”. Si tratta di “Uisciueriar”, un volume curato dalle Edizioni ExCogita per la collana Le Astarti, che ha come protagonista Beatrice, la quale intreccia la sua esistenza con la canzone dei Pink Floyd.
Cantautrice pluripremiata, Claudia Fofi attraversa da anni territori diversi della scrittura e della voce: ha pubblicato album autoprodotti, libri di poesia e raccolte di prose brevi nate dalle sue parole condivise in rete. Porta in scena testi teatrali e spettacoli di teatro-canzone, intreccia scrittura e canto in progetti riabilitativi e formativi, conduce seminari di ricerca vocale ed è animatrice culturale e direttrice artistica di un festival umbro dedicato alla voce. Vive tra Gubbio e Perugia. Questo è il suo primo romanzo.

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La biografia di Claudia Fofi.

La sinossi del libro:
Può una canzone diventare un destino? E può quel destino essere cambiato da una canzone? “Uisciueriar” è la storia di Beatrice, che ha undici anni nel 1978, quando Anna, sua madre, si tinge i capelli di nero, si infila un paio di occhiali da sole e si chiude in casa in preda a una forte depressione. Dalla finestra, Anna osserva i bambini giocare nella piazza antistante, oppure scompare, passando le giornate a letto. Dove è sparita tutta la luce di sua madre? Questa è la domanda che assilla Beatrice, chiamata a una prematura presa di coscienza che sconvolge i suoi orizzonti di crescita. La sua paura è una lama nel cuore che lei combatte con l’immaginazione, il gioco, la scrittura – la sua passione per le “parole bellissime” – e le intuizioni che le arrivano dalle canzoni, al tempo stesso premonitrici e salvifiche. I personaggi che la circondano – suo padre Mauro, nonna Filomena, Andreina e il gruppo degli amici – entrano tutti a far parte di questa paura e della volontà di superarla. Attraverso avventure stravaganti e pericolose, sogni di hippy di provincia, riti arcaici di guaritori contadini, in una Gubbio magica che protegge, nasconde e accoglie, Beatrice giunge a una consapevolezza dolorosa. La canzone dei Pink Floyd fa da eco, onda e risacca, chiave di lettura, sintesi struggente della fine dell’infanzia.

La recensione di Marco Fanucci:
«Innanzitutto il titolo che non è uno scioglilingua, ma una delle canzoni più famose del Novecento dal titolo pronunciato come fanno gli italiani quando parlano l’inglese, Wish you were here appunto. Un pezzo nato dal desiderio irrealizzabile e per questo disperato dei suoi autori (David Gilmour e Roger Waters) di vedere Syd Barrett tornare indietro dalla malattia mentale che lo aveva strappato dai Pink Floyd e dalla realtà.
Ecco, il romanzo è attraversato dal desiderio inappagato e quindi fortissimo di Beatrice di rivedere sua madre Anna tornare com’era prima che si ammalasse di depressione – un rincorrere il passato vissuto da una bambina di undici anni, e si sa, quando un bambino abbandona l’eterno presente in cui è immersa la sua infanzia per cercare il suo passato significa che quel bambino è diventato adulto troppo presto.
Beatrice, pur essendo una bambina, è già grande nel momento in cui la realtà della malattia di sua madre entra nella sua quotidianità, e la malattia di Anna condiziona tutto il mondo di Anna, tutte le persone che le sono vicine. Siamo nel 1978, si ha poca contezza della depressione, si ha poca dimestichezza con le conseguenze e la gestione della malattia, soprattutto in provincia la cosa è vissuta come una cosa di cui doversi vergognare, una cosa che assume i contorni della colpa e quindi dello stigma sociale.
È in questo contesto che si sviluppa questo romanzo di voce, con un punto di vista universale che entra dentro tutti i personaggi mettendo Anna e la sua malattia difficile da capire e da gestire al centro della narrazione. Le vicende, che accadono dentro il quadro provinciale chiuso, ma genuino e spontaneo della Gubbio di un tempo, sono raccontate in modo visivo e cinematografico; Claudia Fofi ha il dono (non comune) di far affiorare i pensieri e le emozioni dei personaggi sulla base delle azioni che essi compiono: da Beatrice che si aggira come un pinocchio per le pietre polverose e per i campi in via di urbanizzazione della periferia di Gubbio portandosi dentro il suo spossante Uisciueriar, a Mauro, padre e marito di Anna, che si rifugia nella dedizione al lavoro e nell’effimero conforto protettivo di una relazione extramatrimoniale, da Filomena, madre di Anna, che affronta la malattia della figlia come se fosse un sortilegio da stanare con mezzi e rituali apotropaici, ad Andreina (l’amichetta di Beatrice) che si sforza di capire i motivi per cui Anna non esce più di casa, e così, fino ai personaggi minori, espressione di una Gubbio che non c’è più. Ogni personaggio è possibile vederlo mentre fa cose, di ogni personaggio è possibile capire se mentre fa quelle cose è felice o triste oppure pensa ad altro, come appunto Beatrice che in testa ha solo il suo Uisciueriar, il canto triste e profondo della storia».

Nino Gatti