Tim Renwick ricorda Syd, Roger e David

Il 12 gennaio 2026 il sito Guitar Player ha pubblicato una nuova intervista a Tim Renwick, realizzata da Joe Matera. Nel corso della conversazione, Renwick ripercorre i ricordi della sua adolescenza a Cambridge, parlando dell’amicizia con Roger Waters e David Gilmour e rievocando anche la figura di Syd Barrett. I suoi racconti sono interessanti e vale la pena di ascoltare quello che ha da raccontare sui tre “leader” dei Pink Floyd.
Di seguito la traduzione integrale dell’intervista.

«Syd Barrett assumeva droghe psichedeliche ed era completamente fuori di testa».
Amico e chitarrista di David Gilmour e Roger Waters, Tim Renwick ricorda l’ascesa selvaggia dei Pink Floyd: da rock band liceale a guru del prog rock
Di Joe Matera – pubblicato il 12 gennaio 2026

Renwick, che ha suonato con Eric Clapton, David Bowie e molti altri, è stato presente fin dagli inizi dei Floyd fino alle carriere soliste di Gilmour e Waters.
Non sono molti i chitarristi che possono dire di essere stati presenti quando i Pink Floyd si formarono e di aver poi suonato con due dei loro membri chiave. Tim Renwick è l’eccezione.

Il legame del chitarrista inglese con i Floyd risale a molto tempo fa. Frequentò la Cambridgeshire High School for Boys, dove conobbe i futuri membri dei Pink Floyd Syd Barrett e Roger Waters. Renwick fu testimone del progressivo deterioramento della salute mentale di Barrett nel 1967 (Alice Cooper ha raccontato a Guitar Player di aver assistito da vicino al suo declino). Era anche amico di David Gilmour e lo vide esibirsi con il suo gruppo pre-Floyd, i Jokers Wild. Molti anni dopo, sarebbe diventato il chitarrista di riferimento per i tour solisti di Gilmour e Waters.

Nel frattempo, Renwick costruì una carriera tutta sua. Oltre a suonare nell’album omonimo di David Bowie del 1969 (reso celebre dal brano di successo “Space Oddity”) e a lavorare come session man con Eric Clapton ed Elton John, fu chitarrista della band inglese Sutherland Brothers & Quiver, che ottenne un paio di moderati successi negli Stati Uniti con “(I Don’t Want to Love You But) You Got Me Anyway” nel 1973 e “Arms of Mary “nel 1976.

Fu però con il folk-rocker Al Stewart che Renwick consolidò definitivamente la propria reputazione. Contribuì con il suo stile chitarristico a gran parte della produzione di Stewart negli anni Settanta, incluso l’album di grande successo del 1976 “Year of the Cat”. La title track mette in evidenza il lavoro di chitarra di Renwick, suggestivo e profondamente melodico, nei suoi assoli sia acustici sia elettrici.

Negli anni successivi, tornò a essere molto richiesto dai suoi vecchi amici del Cambridgeshire, Gilmour e Waters. Nel 1984, Waters lo invitò a partecipare al tour del suo album “The Pros and Cons of Hitch Hiking”, durante il quale Renwick si divise le parti di chitarra con Eric Clapton. Qualche anno dopo, nel 1987, Gilmour gli chiese di unirsi ai Pink Floyd per “A Momentary Lapse of Reason”. Due esperienze che non avrebbero potuto essere più diverse.

«Roger era sempre piuttosto silenzioso quando lo conobbi all’inizio, ma quando arrivai effettivamente a suonare nella sua band era diventato un po’ difficile», racconta. «Era molto determinato a controllare tutto. Aveva problemi a delegare. Doveva fare praticamente tutto da solo, e questo lo rendeva una persona piuttosto scomoda con cui lavorare.
«Quando invece ho lavorato con David, l’atmosfera era molto più rilassata», prosegue. «Lasciava semplicemente che le persone prendessero confidenza con le cose senza fare troppa pressione. Così potevi esprimerti un po’ di più, il che era ovviamente più divertente. Questa era la differenza tra loro: David era molto più piacevole da avere come collaboratore e riusciva a tirare fuori il meglio dalle persone».
Detto questo, Renwick ha condiviso alcuni aneddoti sui tre chitarristi dei Pink Floyd.

SYD BARRETT

«Li vidi per la prima volta quando erano agli inizi, e Syd Barrett era chiaramente il leader della band. Lo conobbi un po’ ed era davvero adorabile: uno sguardo sempre spalancato, molto divertente, un ragazzo piuttosto buffo. Mi dissero in seguito che praticamente tutto il materiale dei primi due album dei Pink Floyd lo aveva scritto quando era ancora un adolescente, quindi erano brani che aveva già pronti, per così dire.
«Ebbero un successo iniziale con i singoli See Emily Play e Apples and Oranges, ma non vennero davvero presi sul serio, tranne che a Londra, dove la scena psichedelica era molto più sviluppata che altrove. Così facevano un po’ fatica: suonavano concerti fuori città che non erano particolarmente frequentati.
«Syd viveva in una casa con un gruppo di persone che facevano uso piuttosto intenso di droghe psichedeliche, e quindi stava completamente perdendo il controllo. Lo vidi più tardi a Londra e faticai a riconoscerlo: era completamente diverso e molto difficile da raggiungere sul piano comunicativo. Rispondeva alle domande quattro minuti dopo che gliele avevi fatte, ed era tutto completamente fuori sincrono.
«Circolavano storie folli su di lui che arrivava ai concerti, si voltava di spalle al pubblico e non suonava. Si limitava ad agitare le braccia, cosa che divenne piuttosto comune ed era davvero strana».
«Syd era stato il principale autore della band, ma una volta uscito, David — che era già stato ingaggiato per aiutare a causa del comportamento di Syd — prese in qualche modo il suo posto e si trovò con moltissimo spazio da riempire. Poiché il modo di suonare di Syd era piuttosto strano e insolito, David dovette prendere molte di quelle idee e renderle molto più musicali, portando inoltre una forte componente melodica nella band.
«Allo stesso tempo, anche Roger iniziò a scrivere, ma ci volle un po’ prima che trovasse davvero la sua strada».

ROGER WATERS

«Andavo molto d’accordo con lui durante le prove per il tour di The Pros and Cons. Eravamo solo noi due.
«Ma una volta coinvolta tutta la band, diventò decisamente troppo autoritario. L’atmosfera non era leggera come avrebbe potuto essere. Devo dire che prendeva tutto molto sul serio e tendeva a voler far suonare ogni cosa esattamente come sul disco.
«Era molto attento a ogni dettaglio: se non suonavi qualcosa in modo perfettamente corretto o cambiavi leggermente il feel, lo faceva subito notare e ti diceva che voleva che fosse il più vicino possibile alla versione registrata».
«Va anche detto che Roger era un po’ risentito dal fatto che ogni volta che Eric Clapton si alzava per suonare un assolo, il pubblico impazziva. La gente accendeva gli accendini e partiva un applauso fragoroso.
«Questo infastidiva parecchio Roger perché, a torto o a ragione, sentiva che il pubblico non stava davvero ascoltando le canzoni, ma si limitava ad aspettare quello che avrebbe fatto Eric. Quindi c’era una certa dose di risentimento».

DAVID GILMOUR

«I Jokers Wild erano una band davvero buona e molto popolare, soprattutto tra gli studenti universitari di Cambridge. Facevano molti brani dei Beach Boys e cose con armonie vocali a tre o quattro voci. Ovviamente il modo di suonare di David era già notevole, ma la chitarra non era in primo piano, quindi non c’era molto spazio per veri e propri assoli.
«Detto questo, era sempre un po’ un eroe della chitarra. Era il tipo di persona che, entrando in una stanza, faceva smettere tutti di parlare. Era incredibilmente bello e aveva una presenza molto forte».
«Qualche anno dopo, quando ero nei Sutherland Brothers & Quiver, David ci aiutò moltissimo. Fece un po’ di produzione, lavorò sui nostri demo e registrammo nel suo studio casalingo. A volte veniva a jammare ai concerti ma, poiché non lo annunciavamo mai, nessuno sapeva chi fosse».
«Si parla poco della sua filantropia — per esempio del lavoro che fece con Kate Bush e di quanto fu disponibile con lei. Anticipò i soldi, pagò per gli arrangiamenti e per ogni genere di cosa. Evidentemente vedeva che aveva un talento straordinario.
«David si assicurò anche che non venisse esposta a troppi eccessi del rock and roll quando era giovane. In un certo senso la tenne un po’ protetta, dandole il tempo di crescere, maturare e imparare a gestire le pressioni dell’industria musicale».

Joe Matera

Joe Matera è un chitarrista e giornalista musicale italo-australiano che negli ultimi vent’anni ha intervistato il gotha del rock e del metal, scrivendo per Guitar World, Total Guitar, Rolling Stone, Goldmine, Sound On Sound, Classic Rock, Metal Hammer e molte altre testate. È anche musicista, autore e interprete, ha tournée regolari in Europa e ha pubblicato diversi album molto apprezzati, inclusi lavori strumentali di rock chitarristico per varie etichette europee. Phil Manzanera dei Roxy Music lo ha definito «un grande chitarrista che sa come deve suonare una chitarra elettrica e che suona con uno stile fluido e piacevole». È autore di due libri: Backstage Pass; The Grit and the Glamour e Louder Than Words: Beyond the Backstage Pass.

Nino Gatti